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Un consorzio stabile che invece è instabile…

Tar Lombardia, Milano, sez. IV, 4 febbraio 2019, n. 262

Un consorzio stabile che invece è instabile…

La ricorrente ritiene che l’avversario, che si è autoqualificato quale consorzio stabile, tale non sia, in quanto (i) privo della denominazione di consorzio stabile, (ii) privo di un’autonoma struttura di impresa, (iii) condivide con le singole consorziate sia gli organi di rappresentanza, sia la sede sociale, (iv) e non risultano le deliberazioni delle singole consorziate volte alla costituzione del consorzio stabile.

Quid iuris?

Ecco la soluzione prospettata da Tar Lombardia, Milano, sez. IV, 4 febbraio 2019, n. 262.

Partendo dal dato normativo (segnatamente, articolo 45, comma 2, lettera c, del D.Lgs. n. 50/2016, sostanzialmente riproduttivo del previgente articolo 36, comma 1, D.Lgs. n. 163/2006), occorre tenere a mente che i consorzi stabili sono «formati da non meno di tre consorziati che, con decisione assunta dai rispettivi organi deliberativi, abbiano stabilito di operare in modo congiunto nel settore dei contratti pubblici di lavori, servizi e forniture per un periodo di tempo non inferiore a cinque anni, istituendo a tal fine una comune struttura di impresa».

Al riguardo, la giurisprudenza ritiene che elemento essenziale e qualificante del consorzio stabile sia «l’astratta idoneità del consorzio, esplicitamente consacrata nello statuto consortile, di operare con un’autonoma struttura di impresa, capace di eseguire, anche in proprio, ovvero senza l’ausilio necessario delle strutture imprenditoriali delle consorziate, le presentazioni previste nel contratto (ferma restando la facoltà per il consorzio, che abbia tale struttura, di eseguire le prestazioni, nei limiti consentiti, attraverso le consorziate)» (così, C.d.S., Sez. V, sentenza n. 1984/2017; nello stesso senso, C.d.S., Sez. V, sentenza n. 276/2018).

E’ ben vero che il concetto civilistico di azienda, quale complesso di beni organizzati dall’imprenditore per l’esercizio dell’impresa, non presuppone necessariamente che l’imprenditore sia anche proprietario dei beni aziendali, essendo sufficiente che esso vanti un valido titolo che consente di disporre degli stessi, ma è altrettanto vero che devono essere forniti dall’interessato elementi formali dai quali possa desumersi sia la sussistenza di detto complesso di beni sia la loro riconducibilità al modello legale.

Ebbene, dalla documentazione in atti non emerge affatto l’esistenza di un autonoma struttura aziendale in capo al Consorzio, distinta da quella delle imprese consorziate.

In particolare, lo statuto consortile, oltre a non riportare la denominazione “consorzio stabile” (articolo 1), indica quale oggetto sociale – tra gli altri – l’assunzione di lavori e ordinativi da ripartire tra i consorziati (articolo 2). A sua volta, la visura camerale conferma che l’attività prevalente del consorzio. è il «reperimento di lavoro per le imprese consorziate che operano nel settore ospedaliero», e non anche lo svolgimento in proprio di quel lavoro.

D’altro canto, lo stesso consorzio, in replica al terzo motivo di impugnazione, ha ammesso di non avere dipendenti propri  e che i dipendenti che svolgono le prestazioni contrattuali sono quelli delle consorziate. E non può certo qualificarsi come stabile un consorzio che si avvale esclusivamente delle strutture e del personale delle singole consorziate (cfr., T.A.R. Lazio – Roma, Sez. II ter, sentenza n. 3552/2012).

Né sono emersi in giudizio elementi che attestino la presenza di un idoneo patrimonio (oltre all’esiguo fondo consortile) per l’esercizio dell’attività d’impresa. Così come non sono state prodotte le delibere delle imprese consorziate volte alla costituzione di un consorzio avente il carattere di consorzio stabile.

In conclusione, il motivo di impugnazione è fondato, perché, non avendo il consorzio dimostrato, almeno nella presente controversia, di essere un consorzio stabile, non può avvalersi dei requisiti di partecipazione delle consorziate (criterio del cumulo alla rinfusa, su cui v., da ultimo, C.d.S., Sez. V, sentenza n. 5057/2018), e, dunque, non è qualificato per svolgere l’appalto”.

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Scritto da Elvis Cavalleri

Senior partner della società TrasP.A.re, specializzata in contratti pubblici; laureato in scienze e gestione dei servizi (scienze della pubblica amministrazione) ed in scienze del servizio sociale; laureando in giurisprudenza; esperienza decennale in qualità di dipendente di pubbliche amministrazioni nella gestione di gare d'appalto; curatore scientifico del portale giurisprudenzappalti.it