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Testa o croce ?

Consiglio di Stato, Sez. V , 9 aprile 2019 , n.2327

Per una volta non parliamo di appalti, ma di temi di attualità.

E ci soffermiamo su una sentenza del Consiglio di Stato che sicuramente farà discutere e sulla quale ciascuno è in grado di esprimere un giudizio secondo coscienza.

Il Comune di Genova ha infatti impugnato la sentenza del Tribunale amministrativo regionale per la Liguria, sez. II, 4 marzo 2019, n. 174, di accoglimento del ricorso dell’ Unione degli Atei e Agnostici Razionalisti -U.A.A.R.

Il Tar Liguria aveva accolto il ricorso avverso la nota in data 27 dicembre 2018 con cui l’Amministrazione Comunale aveva negato l’affissione di centotrenta manifesti della campagna informativa nazionale “Non affidarti al caso”, in tema di obiezione di coscienza in ambito sanitario.

Il bozzetto di manifesto a cui il Comune di Genova aveva negato l’affissione  raffigurava l’immagine appaiata di un medico e di un ministro del culto cristiano, verosimilmente cattolico, nelle vesti tipiche del proprio officio (vale a dire – rispettivamente – camice verde e stetoscopio, e abito talare e pendente a forma di croce) sovrascritta dallo slogan “Testa o croce? Non affidarti al caso” e, più in piccolo, dalla frase “Chiedi subito al tuo medico se pratica qualche forma di obiezione di coscienza”, accompagnata dal rinvio al sito internet della campagna uaar.it/nonaffidartialcaso e dal logo della UAAR.

Secondo il Tar Liguria il bozzetto della campagna di informazione UUAR non ledeva né direttamente né indirettamente alcuno dei principi e valori sottesi alle limitazioni e ai divieti di cui all’articolo 10 del Piano Generale degli Impianti Pubblicitari del comune di Genova.

La Sentenza 174/2019 , dunque , accoglieva il ricorso dell’UUAR.

Il Consiglio di Stato, Sez. V , 9 aprile 2019 , n.2327, ribalta la decisione del TAR, con una sentenza  sicuramente significativa ma che farà discutere.

Il bozzetto , secondo i Giudici del Consiglio di Stato, appare infatti discriminatorio nelle modalità di composizione delle contrapposte descritte immagini collegate in una al sovrapposto, dominante enunciato letterale “Testa o croce ?” e con l’incitazione “Chiedi subito al tuo medico se pratica qualsiasi forma di obiezione di coscienza” perché appare offendere indistintamente il sentimento religioso o etico, e in particolare dei medici che optano per la scelta professionale di obiezione di coscienza in tema di interruzione volontaria della gravidanza, pur garantita dalla legge 22 maggio 1978, n. 194, art. 9.

Infatti in questa sensibile materia:

– oppone (“testa o croce’”) in termini negativi e reciprocamente escludenti la ragione (“testa”) e la fede cristiana (“croce”);

– pubblicizza così implicitamente che la fede cristiana (“croce”) oscura la ragione (testa”);

– nega la dignità della ragione (“testa”) alla scelta medica di obiezione di coscienza motivata da ragioni di fede cristiana (“croce”);

– appare negare autonoma dignità all’obiezione mossa da ragioni non già cristiane ma semplicemente etiche ovvero di altra fede religiosa;

– collega la meritevolezza o adeguatezza professionale del medico alle sue libere convinzioni religiose o comunque etiche in tema di interruzione volontaria della gravidanza;

Considerato che, a parametrare il concetto di discriminazione, vale a dire di offesa o pregiudizio non giustificato ai danni generalizzati di una o più categorie, occorre considerare che per l’ordinamento varie disposizioni definiscono la nozione di discriminazione, diretta ed indiretta, talora anche in armonia con il diritto eurounitario e le direttive europee (es. art. 2 d.lgs. n. 215 del 2003 in materia di razza ed origine etnica; art. 2 del d.lgs. n. 216 del 2003 in materia di occupazione e di condizioni di lavoro; art. 2 del d.lgs. n. 67 del 2006 in tema di disabilità): e che tali parametri, che si basano sul principio di eguaglianza, rilevano del pari in materia religiosa o etica laddove non si incontrino i limiti generali costituzionali, espressi (es. art. 17 Cost.: buon costume) o impliciti (es. sicurezza pubblica, ordine pubblico, salute, dignità della persona umana), o della Convenzione europea per la salvaguardia dei diritti dell’uomo e delle libertà fondamentali (art. 9, para. 2: «restrizioni […] stabilite dalla legge e che costituiscono misure necessarie, in una società democratica, alla pubblica sicurezza, alla protezione dell’ordine, della salute o della morale pubblica, o alla protezione dei diritti e della libertà altrui»);

Ritenuto che la discriminazione in base alla religione e alle convinzioni etiche individuali rileva nel caso in esame, dove la pur naturalmente legittima critica alle scelte dei professionisti obiettori supera i limiti generali della continenza espressiva giacché non si ferma a valutazioni misurate, ma senza necessità trasmoda in valutazioni lesive dell’altrui dignità morale e professionale (cfr. tra le tante, Cass. civ., III, 20 gennaio 2015, n. 841);

Ritenuto che la continenza espressiva correlata al diritto di critica e alla pubblicità informativa assume particolare rilievo nell’accesso al pubblico servizio comunale di affissioni pubblicitarie, non trattandosi di una critica “dinamica” e immediatamente reattiva di giudizio altrui collegato a specifici fatti (come in ambito politico, dove è ammesso l’uso di toni aspri e di disapprovazione più incisivi rispetto a quelli degli usuali rapporti tra privati), ma di una campagna di informazione: i cui canoni richiedono la non eccedenza a quanto necessario per il pubblico interesse all’informazione ampia e corretta, fermo il rispetto dell’interesse, individuale o collettivo, alla reputazione;

Ritenuto che anche per la giurisprudenza della Corte europea dei diritti dell’uomo resta salva la riserva dell’art. 10, para. 2, della Convenzione Europea dei Diritti dell’Uomo («restrizioni […] che sono previste dalla legge e che costituiscono misure necessarie, in una società democratica, […] per la protezione della reputazione o dei diritti altrui»),e il diritto alla libertà di espressione va valutato alla luce dei principi di proporzionalità e pertinenza (Corte E.D.U., 19 giugno 2012, n. 27306 28 ottobre 1999, n. 18396; 23 aprile 1992, n. 236; 8 luglio 1986, n. 103);

Ritenuto, in conclusione, che il provvedimento comunale non appare viziato da carenza di motivazione laddove nega l’affissione per, alla luce del rammentato atto regolamentare comunale, una possibile violazione di norme poste a protezione della coscienza individuale ed a tutela di ogni confessione religiosa;

Pertanto, l’appello del Comune di Genova va accolto, e, per l’effetto, in riforma della sentenza appellata, va respinto il ricorso di primo grado.

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Scritto da Roberto Donati

Laureato in scienze politiche, appassionato di diritto con esperienza ventennale nella pubblica amministrazione in qualità di responsabilità del settore gare ed appalti, ed attuale responsabile del servizio Affari Generali della Siena Parcheggi Spa (società in house del Comune di Siena).